Viaggio quindi Esisto

Ho scoperto che cos’era la violenza e quanto male poteva (e può) esserci nel mondo quando avevo undici anni, in quel ormai lontano ma non troppo 11 settembre 2001.
Avevo undici anni e pensavo che il mondo fosse pieno di persone felici e che la cattiveria fosse sempre lontana, lontanissima da me.
Avevo undici anni, e il momento in cui la televisione ha tolto i cartoni animati per trasmettere quelle immagini di dolore, ancora me lo ricordo. Ero a casa di un’amica, l’amica di sempre con cui ho passato interi pomeriggi a studiare e a ridere.
Ricordo, la sera stessa, il viso preoccupato di mia mamma, attenta davanti alla televisione, ricordo la sensazione di angoscia che aveva attraversato il mio cuore.
Ricordo di aver abbracciato stretta mia mamma e di averle confidato che avevo paura. Mi ricordo la sua risposta dolce, rassicurante come solo le mamme riescono a dire nei momenti in cui si ha paura.
Avevo undici anni, ero piccola e l’America mi sembrava così lontana, in fondo era ed è dall’altra parte del mondo; fondamentalmente, nella mia ingenuità, pensavo e speravo che le cose così grandi, così terribili, così impressionanti capitassero solamente a migliaia, migliaia e migliaia di chilometri da me.

Gli anni sono passati e il mondo si è trasformato, nel bene e nel male che sia, un passo dopo l’altro sempre di più.

Ho venticinque anni, adesso, e nella vita ritengo di aver viaggiato molto, in compagnia e da sola.
Ho sempre sognato di visitare il mondo intero, in lungo e in largo, per passione e per lavoro, di viaggiare con un trolley e il computer, con un tailleur e a testa alta.
Ho sempre sognato di imbarcarmi su un aereo per volare in Australia e vedere Sidney, in Argentina e fotografare i paesaggi mozzafiato della Patagonia o toccare la sabbia del deserto che, non so perché, ma mi sembra così soffice.
Ho sempre desiderato visitare e viaggiare per il mondo, col sorriso sul volto e l’emozione negli occhi.
Ho iniziato a viaggiare che ero ancora una bambina e da allora non ho mai smesso: è diventato parte di me, il viaggio, è cresciuto anno dopo anno, imbarco dopo imbarco, volo dopo volo.
Penso che ci siano persone che nascono col desiderio di viaggiare, di scoprire il mondo, di riempirsi gli occhi di meraviglie sparse agli angoli del pianeta. Avevo letto su un articolo che, non so in quale studio (o forse non era nemmeno uno studio), era stato affermato che ce l’abbiamo nel DNA, questo fatto di amare il viaggio.

Ho sempre fatto check-in, passato controlli e preso aerei con una tranquillità e felicità nel cuore propri di una partenza, quelle prima di una vacanza, poi, sono le mie preferite. Quando sai che ti aspettano x giorni di puro relax e non vedi l’ora di viverti tutto al massimo.
Eppure, da quando ho iniziato a prendere aerei e a volare, mai e poi mai avrei pensato di avere timone nel farlo. Insomma, chi non ne ha? Forse solo chi non ha un cuore (e vi prego di prendere con le pinze questa affermazione), non prova un sentimento di angoscia, paura e sgomento nel sentire le notizie di queste ultime ore.
E penso venga naturale pensarci, penso sia la cosa più naturale del mondo.
L’attacco terroristico all’aeroporto tocca un aspetto caro ai viaggiatori, ai lavoratori, alle persone che, per un motivo o per l’altro, si spostano con l’aereo.
Viene naturale pensare “potevo esserci io a fare quel check-in” o “avrei potuto essere io quella donna rimasta ferita nella metropolitana”.

Il mondo viaggia ad una velocità disarmante, migliaia di uomini e donne si spostano, viaggiano, si trasferiscono prima in un posto e poi in un altro. Nella realtà che viviamo, tutto ciò si tratta di totale normalità.
Le vedi, queste persone, trascinano sempre un trolley dietro di sé. Qualcuna parte per un viaggio e allora ha sempre un sorriso sul volto, altre invece partono per non tornare, partono per trovare un futuro altrove e allora, in quel caso, sbuca anche qualche lacrima. O forse più di una.
Poi accadono questi fatti che sembrano riportarci tutti con i piedi per terra, quasi con forza, come per dire “non è come credevi”, o forse “non è come ti illudevi che fosse”.
Ed ecco che allora, a pochi giorni dalle vacanze di Pasqua, dal famoso ponte lungo che porta relax e un piccolo break dal lavoro di tutti i giorni, si sente dire “non spostatevi perché potrebbe essere pericoloso”.
C’è paura, c’è timore ed è percepibile in ogni momento della quotidianità, ora più che mai.
La leggi, la preoccupazione, nei volti delle persone che ascoltano il telegiornale, nelle famiglie che ne parlavano, nelle madri che, magari, hanno un figlio lontano da casa. Non si sa bene cosa fare, se ne parla, se ne discute ma tutto resta immobile, sospeso.
C’è paura in chi deve partire, in chi deve restare. Se vivere con l’angoscia, con il groppo alla gola o se non pensarci, se imbarcarsi su un volo e continuare a scoprire il mondo, nonostante la paura, nonostante tutto.
Due opzioni, due pensieri totalmente diversi, agli opposti: se da una parte qualcuno dice “non spostatevi”, dall’altra si sente un “continuate a vivere normalmente”.
Non è facile, nessuna delle due opzioni è facile.

La paura è vicina.
Questa volta, a differenza di quando avevo undici anni, questi fatti terribili accadono ad un passo da me, non sono più dall’altra parte del mondo.
Tutto questo crea sgomento, fa impressione eppure mi sento di dire che la vita va avanti, deve andare avanti.
Gli aerei continueranno a decollare, le navi ad attraversare oceani e i treni a collegare le regioni. Le persone continueranno a spostarsi e a viaggiare, per lavoro, per passione, per necessità.
E andrà avanti così, giorno dopo giorno.
Ci sarà sempre un pensiero che ci riporterà a questi giorni di terrore, ci sarà un momento in cui la paura prenderà il cuore e la mente.
Ma smettere di spostarsi, rimanere fermi vuol dire smettere di vivere.

Il mondo continua a girare, i giorni a passare. Là fuori continua ad esserci un mondo che ha meraviglie da mostrare e, finché continueranno ad esistere, varrà sempre la pena di visitarle.
Per questo io continuerò a viaggiare e non mi fermerò, nonostante la paura, nonostante tutto.
Perché proprio questa paura non deve essere motivo di rinuncia di qualcosa che amo fare e che mi rende felice.
Viaggerò, viaggerò e viaggerò.
E lo insegnerò ai miei figli, se mai ne avrò. A non fermarsi mai, nemmeno per un attimo.

“Alla paura si risponde con il coraggio.”

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