Viaggiatrici solitarie

L’altro giorno, in stazione, mentre aspettavo il treno delle 8.10, mi è passata davanti una ragazza che avrà avuto più o meno la mia età, forse qualche anno in più.
Aveva una sciarpa colorata che la copriva fino al naso, gli stivali al ginocchio e le calze nere, quelle di microfibra. Faceva freddo, l’altra mattina, e il suo abbigliamento ne era la prova: lei, come me, come tutte le altre persone che aspettavano al binario, era vestita in modo da non far entrare nemmeno uno spiffero di aria fredda.
Su una spalla, quella sinistra, portava la sua borsa, una di quelle belle grandi, di colore nero; sembrava pesante: forse, come me, anche questa ragazza nella sua borsa ci mette il mondo perché, in fondo, non si sa mai.
Nell’altra mano, invece, aveva un piccolo trolley, di quelli che sono stati creati per superare i temuti controlli Ryanair. Era così piccolo che sembrava essere vuoto. Apparenza perché, al vedere questa ragazza portare in mano quella piccola valigia, nel suo volto e nella sua mano era chiaro che, quel trolley, pesava.

L’ho guardata con attenzione, ho sorriso nel pensare a quante volte mi sono trovata a dover trascinare o portare una valigia che, di chili, ne pesava parecchi.
D’istinto ho stretto la mano destra, quella mano che, durante i miei viaggi, è destinata a trascinare il trolley, a fare la leva maggiore al momento di alzarlo e che, dopo la partenza, mi fa sempre un gran male.

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