Cara Italia, tra qualche mese, parto anch’io.

Quando ero più piccola, vedevo i ragazzi di 24, 25, 26 anni così grandi. Li vedevo già grandi, così distanti da me e credevo che, a quell’età, si avesse tutto.
Pensavo che, nel momento in cui io mi fossi trovata in quel periodo dell’età, avrei già avuto tutto quello che desideravo: un lavoro che mi avrebbe reso fiera di me e di tutti quelli che mi stavano accanto e, perché no, forse avrei già avuto una famiglia. Vedevo questi ragazzi di 24, 25 anni e in loro vedevo la felicità. Non so perché, ma pensavo che a quell’età, il minimo a cui si potesse aspirare, fosse proprio la felicità. Credevo che, a quell’età, si fosse felice e basta.
Felici e fieri della propria vita.

Quando ero piccola, quando avevo ancora i capelli biondi e con i boccoli, io volevo essere una poliziotta. Non volevo essere una ballerina, una principessa, una modella o una cantante. Io volevo essere poliziotta, forse per il fascino della divisa, e poi volevo essere anche una “maestra di chitarra”, dicevo proprio così. E volevo diventare tutto questo il più presto possibile, volevo vivere la vita “dei grandi” in fretta ed ero piena di grandi sogni.
Ora, in quei sogni e in quelle speranze di me bambina, non mi ci ritrovo molto. Non ho intrapreso la strada per diventare poliziotta e neppure quella per diventare un’insegnante di musica. Non ho creato neppure lontanamente una famiglia e, se fosse per me, tornerei ad essere una bambina, quando non hai troppi pensieri su quale strada scegliere e quando essere felice e spensierata è una normalità.

Ho quasi 24 anni e sono disoccupata.

In questi giorni mi è tornato in mente un articolo che, più o meno un anno fa, avevo letto. Iniziava così: “Se hai vent’anni vattene.”
[Per leggere l’articolo, clicca qui: Se hai vent’anni vattene dall’Italia]
E’ stato scritto ad aprile del 2013 e, mai come adesso, mi sembra così attuale.
Quando l’avevo letto per la prima volta, non ci avevo fatto così caso. Uscivo da un percorso importante e stimolante, quello del Master, ed ero convinta di restare in Italia, di dare un’opportunità a me stessa, di mettere in pratica tutto quello che avevo studiato, ma soprattutto volevo dare un’opportunità all’Italia.
Credevo realmente nello Stato in cui vivo, credevo realmente che qualcuno, prima o poi, rispondesse ai miei curriculum, che qualcuno credesse realmente nel turismo.
Volevo mettermi in gioco, dimostrare a me stessa e agli altri, che io potevo farcela. Che io potevo trovare lavoro qui.

Ad un anno e poco più di distanza, io non ci credo più.  Continua a leggere Cara Italia, tra qualche mese, parto anch’io.